Italiani dopo Brexit: torniamo in patria

– 40a settimana –

Cosa fanno gli italiani dopo il Brexit? Lo so che non si ragiona bene nel mezzo della bufera (come ha dimostrato il voto di ieri sul Brexit), ma la decisione era già stata presa prima di sapere i risultati, nella da me considerata poco probabile possibilità di un’uscita dall’Unione Europea: se questi matti degli inglesi scelgono di lasciare l’Europa torniamo in Italia.

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Italiani dopo Brexit: noi torniamo in patria, con grande dispiacere

Io adoravo questa nazione: persino il cibo incominciava a piacermi. Ed ero felice di poter dire che mio figlio sarebbe nato qui (figlio che tra l’altro è overdue di qualche giorno, per cui – beato lui – non sa ancora niente della catastrofe di oggi). Ora sono disgustata e, come la maggior parte degli italiani (ma non solo) immigrati mi chiedo cosa succederà. Leggendo tra le righe dei primi articoli usciti è molto semplice capire cosa sia in ballo: la stabilità e la prosperità economica del Paese. Il problema non è, come credono in tanti, che cacceranno tutti gli italiani dopo il Brexit. Potrebbero esserci regole più strette, ma se la Gran Bretagna vuole partecipare del mercato comune non può evitare che ci sia anche una libera circolazione di persone. E comunque passeranno come minimo due anni prima che tutto sia definito: un tempo più che sufficiente per fare le proprie riflessioni con calma. Quello che è importante davvero è che la sterlina è crollata, molte aziende hanno già annunciato che lasceranno il Paese (incluse varie banche della City, che sono uno dei motivi di prosperità della Gran Bretagna) portando via posti di lavoro, la pressione per aumentare i salari sarà molto più debole e in generale il tasso di disoccupazione rischia di aumentare come era successo nella crisi economica mondiale del 2008. Insomma, da una della economie (e valute) più forti del Continente si trasformerà in una delle più deboli, con ogni probabilità.

Speravo di tornare a lavorare pochi mesi dopo la nascita dell’inquilino ritardatario: non mi sembra più uno scenario possibile con queste prospettive. In fin dei conti cercando nel settore della comunicazione non parto certo avvantaggiata (dato che non sono madrelingua), e ora il futuro non è roseo nemmeno per chi lo è.

Stavamo comprando casa: peccato che ora il pezzo delle case crollerà, mentre può darsi (è uno scenario possibile) che i mutui aumentino. Ha ancora senso farlo? Direi di no.

Cosa succederà? È presto per dirlo, ma in generale mi pare che sia probabile un periodo di recessione in cui la Gran Bretagna sarà più povera e meno importante nello scenario mondiale. Dopo il quale, nella migliore delle ipotesi, incomincerà a riprendersi rimanendo però per sempre una potenza marginale.

Intanto il ragazzino sta facendo sciopero e non vuole nascere: come dargli torto dopo questi risultati??

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Allattamento in pubblico. Oppure no?

– 34a settimana –

È notizia di questi giorni, in Italia, che una mamma sarebbe stata cacciata malamente da un locale vicino a Sanremo per aver allattato in pubblico. La mamma ha poi organizzato un allattamento collettivo non per protestare, ha affermato, ma per far parlare del problema. I gestori del locale si sono difesi dicendo che la donna non avrebbe allattato, ma avrebbe usato un loro tavolino come fasciatoio per il bambino, cambiandogli il pannolino in mezzo agli altri clienti senza preoccuparsi che la cosa suscitasse un po’ di schifo (aggiungo, schifo comprensibile). Ora, come sempre quando ci sono due versioni contrastanti e tu non eri lì a verificare con i tuoi occhi non puoi essere sicuro al 100% di cosa sia successo. In ogni caso, diamo per buona la versione della mamma e chiediamoci: ma va bene allattare in pubblico? È una forma di esibizionismo? Una necessità? Un diritto? Una cosa naturale?

Ecco, io la risposta ultima e definitiva non ce l’ho. Mi sembra facile comprendere come allattare in pubblico senza nascondersi sia di grande utilità per le mamme, che così hanno la libertà di uscire, stare fuori tutto il tempo che vogliono e non preoccuparsi di dove e come nutrire il bambino. Bambino che quando ha fame va nutrito, senza se e senza ma, secondo le indicazioni più recenti delle midwifes qui in Gran Bretagna.

Una tetta fatta a magli per sostenere l'allattamento al seno.

La finta tetta usata per dimostrare la totale inettitudine dei partner nell’allattamento durante il corso preparto qui in UK. Picture by Ashley Barrett – Creative Common Licence.

Capisco anche chi non ha piacere di vedere una donna che allatta. Lo so che molte mamme diranno: allattare non è indecente, nessuno deve sentirsi schifato, se proprio non gli piace la vista giri pure lo sguardo da un’altra parte!! Io invece, ammetto, che non ho mai trovato la visione di una donna che allatta la più bella del mondo (come qualche mamma, che forse è un po’ troppo fanatica su questo tema, pensa). Mi ha sempre messo un po’ in imbarazzo vedere il seno nudo di un’altra donna, vederlo impegnato in un atto che non ha un significato sessuale, ma completamente diverso. Ecco, credo che il mio atteggiamento sia dovuto al fatto che per me il seno è uno strumento di seduzione e piacere, per cui mi lascia perplessa vederlo in una situazione completamente diversa (il nutrimento, appunto). Che sia chiaro: credo che poter allattare in pubblico sia una grande libertà e non vada impedita perché se è vero che la mia libertà finisce quando inizia quella degli altri, si tratta di qualcosa di così innocuo e la cui condanna è legata a qualcosa di così relativo e mutevole come il senso della decenza (o il più bieco moralismo, per qualcuno) che non ha alcun senso vederlo come uno scontro tra due diritti (il mio di allattare e il tuo di esserne offeso in nome della decenza).

Da quando mi sono trasferita in Gran Bretagna ho sempre avuto l’impressione che l’allattamento in pubblico non fosse molto ben visto: non mi è quasi mai capitato di vederlo fare. Ho quindi pensato che il senso di decenza e privacy tipici della cultura britannica fossero così elevati da indurre le mamme ad autocensurarsi e a preferire il biberon quando sono in pubblico. Ho poi scoperto che qui esiste una legge che tutela il breastfeeding. Si tratta dell’Equality Act del 2010: una singola legge che raccoglie tutte le norme anti-discriminazione. Sul breastfeeding si dice (e traduco):

L’Equality Act del 2010 ha chiarito in modo specifico che un locale pubblico si pone contro la legge se discrimina una donna perché sta allattando un bambino.

E ancora:

Se una donna sostiene di essere stata discriminata perché stava allattando, il locale pubblico deve provare che in quella situazione non c’era stata discriminazione.

In Italia invece non esiste nessun a legge che si occupi di questo tema, forse a conferma di come il problema (al di là del caso specifico di Sanremo e di qualche altro, che però è sporadico) non sia sentito, mentre lo è di più qui in Gran Bretagna, per l’atteggiamento e la cultura di cui parlavo prima. In ogni caso mi sembra una legge giusta, che va nella direzione di evitare ogni discriminazione (cosa a cui tengono molto da queste parti). Allo stesso tempo il sito del Servizio Sanitario da qualche consiglio su come organizzarsi al meglio per l’allattamento in pubblico e qui cita anche delle ricerche (purtroppo non dice quali) secondo cui la maggior parte delle persone non prova fastidio se le donne allattano in pubblico. E aggiunge: più lo si fa e più sembrerà normale, a conferma di come l’atteggiamento qui stia cambiando.

Rimangono ancora bassi, però i tassi di allattamento al seno in UK: l’anno scorso meno della metà delle mamme allattava ancora dopo le prime 6-8 settimane. Un sondaggio fatto dalla charity Start4Life mostra che un terzo delle mamme è imbarazzata e non allatta in pubblico, mentre il 60% di quelle che lo fa sceglie comunque posti in cui nascondersi. I due dati sono ovviamente collegati e, nonostante sia ripetuto come un mantra che “breast is best” (l’ho scoperto al corso preparto), non siamo ancora arrivate alla totale confidenza sul tema.

Personalmente non so cosa farò. So che odio ogni forma di fanatismo, sia pro che contro l’allattamento in pubblico. Ma anche in merito all’allattamento al seno in sè e per sè. Che sia meglio per la salute e il sistema immunitario del bambino è noto, che favorisca il ritorno allo stato pre-gravidanza del corpo della mamma e nello stesso tempo diminuisca le probabilità di sviluppare certi tipi di tumore anche, così come i suoi vantaggi dato che è gratis, sempre disponibile e facile da utilizzare.

Quindi? Deciderò sul momento (come sempre e alla faccia di ogni pianificazione).

Il “dino”, ovvero gioie e dolori del corredino

– 27a settimana –

Al settimo mese è ora di pensare a quello che familiarmente chiamo il “dino“, vale a dire tutto quello che serve per la futura mamma e il neonato dal momento del parto in poi. Insomma, il corredino. Il consiglio generale è di essere pronti già dal settimo mese, nella – si spera – remota  possibilità che si abbia un bimbo prematuro (per fortuna le probabilità di sopravvivenza di un neonato nato prematuro sono molto migliorate negli ultimi anni: a 25 settimane c’è il punto di svolta, 50%, a 27 si arriva al 90%. Chiaramente sotto terapia intensiva).

Ma cosa devo preparare? Ecco, dopo aver letto forum, articoli, riviste e libri, ho stilato una lista che penso possa rispondere a due esigenze: evitare di acquistare troppo, sull’onda dell’entusiasmo o su quella del “ma guarda che carino!” ed essere adeguata al pazzo pazzo clima britannico.

  • body intimi, 10 – non devono essere colorati, meglio bianchi, in cotone, senza maniche né gambe, con i bottocini al cavallo e al collo;
  • tutine per uscire, 6 – qui potete sbizzarrirvi con i colori, ma scegliete sempre il cotone (evitate fibre sintetiche) e allacciature comode: mi dicono che il bambino non collabori quando cerchi di infilargliele e sfilargliele;

    Foto del mio primo acquisto per il bambino

    Foto del mio primo acquisto per il bambino

  • in alternativa o aggiunta, 6 magliette – valgono le stesse raccomandazioni di cui sopra;
  • pigiamini, 6 – proprio quelli con i piedini e magari anche le manine, per tenerlo sufficientemente coperto ed evitare che si graffi con le unghiette. Potete scegliere quello che volete come fantasie e disegni;
  • calzini, guanti (tipo muffole) e cappellino – meglio tutto in cotone, con una bassa percentuale di fibra elastica per poterle indossare comodamente. Come quantità: i calzini si trovano da 0 a 6 mesi, per cui va bene anche prenderne 10, di guanti ne bastano 2-3 paia e di cappellini altrettanto;
  • cardigan, 2 – meglio con i bottoni che con la zip. Acquistatene uno di una taglia superiore, così vi durerà di più;
  • bavagliolini, 10 – non essendoci problemi di taglia potete prenderne qualcuno in più, vi dureranno nel tempo e vedrete che sarà comodo averne di scorta vista la velocità con cui il bambino si sporca;
  • pannolini, una montagna. Non è una cattiva idea prenderne anche 3-4 lavabili, sia per provarli sia perché possono essere utili come base per cambiare il bambino quando si è fuori senza fasciatoio. La misura è quella piccola, che in UK è la numero 1, per newborns (2-5 kg). Compratene un paio di confezioni in anticipo, poi spedite qualcuno a prenderne altre o a cambiarle se vedete che la taglia è piccola subito dopo la nascita. Oppure fate un atto di fiducia: i pannolini sono cari, io sto aspettando una mega offerta per l’acquisto;
  • bagnoschiuma delicato per il bagnetto quotidiano e shampo specifico per la pelle del bimbo;
  • salviettine per newborns senza sostanze allergizzanti, parabeni e simili – eviterei l’abuso quando si è a casa e si ha acqua corrente a disposizione, ma sicuramente sono utilissimi per uscire con il bimbo e cambiarlo senza troppi problemi;
  • tanti asciugamani morbidi (non serve comprarne apposta, se li avete in casa). Se volete potete acquistare anche un accappatoio per bambini, fatto a triangolo, senza maniche e con il cappuccio, ma non è essenziale, i teli vanno bene lo stesso;
  • copertina in cotone per avvolgerlo quando si esce dall’ospedale e in generale per uscire. Meglio due, ora che ci penso;
  • altre amenità come: pettinino a punte arrotondate, forbicine per unghie, spugna naturale per il bagnetto, olio per idratare il corpo del bambino (soprattutto in caso arrossamenti).

Sembra tanta roba? Lo è, lo è. Il costo del tutto? Facendo attenzione a eventuali sales (io ho avuto fortuna e ho trovato che il negozio di articoli per l’infanzia vicino a me stava per chiudere, con tutto ridotto che più ridotto non si può), comprando online e facendo un po’ di giri prima degli acquisti: 2-300 pounds potrebbero essere abbastanza.

Ovviamente ho considerato il fatto che sia molto difficile abbiate qualcosa in prestito/regalo da amici e parenti con bimbi piccoli (intendo la bellissima pratica del “mi libero di sto ciarpame che non mi serve più e faccio anche una bella figura), se questi sono in Italia, come nel mio caso. Spargendo la voce per tempo, però, potreste fare un viaggio in patria per raccogliere roba prima del lieto evento: valutate se ne vale la pena economicamente, soprattutto sapendo che, se non viaggiate in auto, non potrete portarvi su i vari pezzi da 90 del “dino”: passeggino, carrozzina, culla, lettino, seggiolone, etc.

Di questi ultimi vi aggiornerò in un successivo post: non ho ancora avuto il coraggio di interessarmene seriamente.

Nel frattempo però sono stata molto contenta quando ho fatto il mio primo acquisto per l’inquilino: 5 body colorati a strisce bianche e 5 calzini blu. Tutta eccitata non solo ho ripetuto come fossi scema al futuro padre del bambino: “abbiamo fatto i nostri primi acquisti per il bambino!”, ma l’ho raccontato con tanto di servizio fotografico alla futura nonna del bambino (mia madre). Cosa mi ha detto lei? “Ma quelli non sono body intimi come pensi tu! Quelli vanno bene per uscire! Oh mio dio, che disperazione! Povero nipotin* mi*!” Per la serie: come farti sentire un’inetta. E ancora prima di iniziare seriamente!

 

 

Alla ricerca della casa perduta

– 26 settimana –

La domanda mi è venuta in mente qualche giorno fa (in effetti avrei potuto pensarci anche un po’ prima!): ma questo bambino dove lo metto? Tutti i vari libri/siti di cose di mamme/guide e manuali a un certo punto dicono che dovrebbe comparire quella che chiamano la “sindrome del nido“, vale a dire la sfrenata voglia di creare la più bella cameretta mai vista per il nascituro, di tinteggiarla dei colori più improponibili, di decorarla con scimmiette, orsetti, anatroccoli e altri teneri animaletti, di riempirla di mobili e babacci, di eliminare ogni spazio vuoto con l’inserimento di giochini musicali che dopo 5 minuti vi faranno venire voglia di distruggerli con un piccone. In una parola, di creare l’habitat perfetto per il bimbo.

Come dovrà essere la mia nuova casa in Gran Bretagna: a misura di bambino.

Come dovrà essere la mia nuova casa in Gran Bretagna: a misura di bambino.

A me questa sindrome (e ricordiamoci che sindrome fa riferimento a una situazione clinica, quindi può essere imparentata con una malattia) non è proprio comparsa. Anche perché, se dovesse mai farsi viva, non avrebbe molto terreno su cui attecchire. Descrivo l’appartamento in cui vivo: entrata small, cucinino, living mignon, due bagni (di cui uno inutile, non potevano farne uno sgabuzzino per stivare tutta la roba che non sai dove mettere visto che qui le cantine non le conoscono??) e due camere da letto. La prima è la mia. La seconda potrebbe – notare l’uso del condizionale – essere quella del bambino, ma qui sorge il problema: non avendo cantina né sgabuzzino e in generale avendo optato per uno stile di arredamento che definirei minimalista (= pochi, pochi mobili), quella stanza è stata destinata a ufficio-studio-biblioteca-armadio-ripostiglio-portavaligie-stivatecnologia-accumulaciarpame. Da questo si desume facilmente una cosa: non è attrezzabile come stanza del bambino.

Segue naturale la domanda: ma perché non la sgomberi e crei la stanza? Impossibile. Non mi piacciono le soluzioni semplici e, tanto, vogliamo trasferirci in un’altra casa (e per fortuna anche in un altro paese un po’ più attrezzato e lively di quello in cui siamo), che dovrà avere tutti i giusti requisiti per ospitare il bambino. Vale a dire:

  • una cameretta;
  • un giardino;
  • zero moquette;
  • tante belle scale per uno sviluppo muscolare armonico.

Questo significa che siamo a caccia nel meraviglioso mondo delle agenzie immobiliari britanniche. Dalla mia limitatissima, per ora, esperienza di first-time-buyer-looking-for-a-house ho capito che:

  1. le agenzie immobiliari prendono una percentuale minuscola sulle transazioni (lo 0,75% in media dal compratore e altrettanto dal venditore), ma sei tu a dover fare tutte le ricerche;
  2. agli open day (visite collettive delle case messe in vendite) troverai sempre migliaia di persone che si guardano in cagnesco. Anche se sono open vanno prenotate. Anche se sono presidiate dalle agenzie immobiliari evitate di fare loro domande: non hanno le risposte e comunque è sabato per cui sono stressati;
  3. le case vanno via a una velocità pazzesca. Anche se in questo momento siamo in pieno boom dei prezzi (saliti anche del 25% in media, quantomeno fuori Londra e nel Sud dell’Inghilterra, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno), per ogni casa le offerte tendono a essere al rialzo e comunque non si può perdere tempo: la proposta va fatta subito;
  4. quando un annuncio riporta: “in need of a refurbishment/modernisation” state lontani, è una catapecchia;
  5. cercare casa è uno stress, ma non è nulla in paragone allo stress di vederne una che piace e scoprire che te l’hanno soffiata via da sotto il naso.

Quindi per ora il bambino rischia di essere ospitato in un cassetto della nostra camera da letto. In fin dei conti starebbe comodo, in uno spazio piccolo e a sua misura e vicino al nostro letto. Una soluzione economica e soddisfacente, no?

 

 

 

Cameron a Bruxelles: cosa cambia per le mamme immigrate

– Attualità –

Ieri sera David Cameron, primo ministro britannico, ha ottenuto quanto voleva dall’Unione Europea: la Gran Bretagna avrà uno “special status” all’interno della comunità, che non la legherà a eventuali e futuri accordi per un’Unione ancora più stretta. Insomma, la Gran Bretagna si smarca e cerca di mantenere un’indipendenza (sarà che è un’isola e se c’è nebbia sul Canale, quello che noi chiamiamo la Manica, il Continente è isolato, dicono gli inglesi) a cui è da sempre votata.

Ma cosa cambia per noi mamme immigrate? Direi 2 punti essenziali:

  1. un“freno” d’emergenza quando i livelli di immigrazione si fanno eccessivi ai benefit concessi ai lavoratori che provengono da altri Paesi europei, freno che può durare per sette anni. Varrà probabilmente per chi risiede nel Paese da meno di quattro anni.
  2. il “child benefit“, richiesto da immigrati dai Paesi dell’Unione Europea per figli che non risiedono in Gran Bretagna ma vivono nel Paese d’origine, sarà calcolato sul costo della vita non britannica ma dello Stato in cui vivono effettivamente. La nuova regola si applicherà fin da subito per i nuovi migranti e dal 2020 a tutti.

C’è di che preoccuparsi? A mio modesto parere sono misure giuste: prima di pretendere che un Paese che non è il tuo ti dia qualcosa devi aver lavorato e pagato le tasse. E ricordiamoci che in Gran Bretagna tanti servizi sono gratis: per la gravidanza, a parte il multivitaminico, non ho ancora pagato niente (né per gli esami, incluse due consulenze specialistiche, né per le ecografie, né per le visite periodiche con la midwife).

 

Tra la schiena e il letto…

– 19a settimana –

Uffa, il mal di schiena. Colpisce oltre la metà delle donne in attesa e le stressa la 100%. Prendete il mio caso, che non so se sia da manule ma sicuro è da ricovero in clinica psichiatrica: il male è in zona reni, ma a volte si irradia anche nella parte superiore (a mezza schiena insomma) e più spesso che no anche dentro i glutei. Un male sordo, costante e di livello non trascurabile, che aumenta durante la notte (ma perché durante la notte tutti i dolori sono peggio??? Non si può nemmeno dormire in pace… ora che ancora si può) e impedisce un sonno che duri oltre le 2 ore. Ovviamente la vescica anche aiuta: non regge più nulla e ogni notte bisogna districarsi dai cuscini reggi-schiena e reggi-gambe per alzarsi a fare la pipì. Il tutto avviene in un letto che a me sembra la metà di quello che ero abituata ad avere. Qui lo chiamano queen size, ma secondo me è più un dwarf size!

Stato isterico della futura mamma: 65% (con picchi del 90% durante la notte).

Odio nei confronti del letto mignon: infinito.

Riflessioni sulla calma

– 7a settimana –

Riflettevo: dovrei forse prendermela con più calma?

La gravidanza ti impone, soprattutto se incominci a lavorare molto presto la mattina ma grazie alla presenza ancora impercettibile dell’inquilino ti senti uno straccio dopo soltanto due ore, di riconsiderare non solo cosa fai ma anche come lo fai. Da piccola ero bugia-nen, come si dice a Torino, da adolescente abbastanza pigra, da giovane adulta ho passato il tempo a studiare (soprattutto), per cui non vivevo certo nella frenesia. E poi, verso i 30 anni, tutto è cambiato: giornate al cardiopalma, corse a destra e a manca, l’abitudine di fare tre, quattro cose insieme. Adesso che lavoro molte meno ore, sono vicina a casa, non ho più un carico di stress e di impegni eccessivo come quando ero in Italia, però, non riesco a rilassarmi. Continuo a lavarmi i denti mentre stendo i panni, a dormire mentre controllo le notizie dal mondo, a bagnare le piante mentre leggo un libro.

Ecco: la gravidanza è l’occasione per impormi la calma, per fare una cosa per volta, per dimenticare il multitasking, che altro non è se non un fai-troppe-cose-e-spesso-tutte-male (come spesso mi rimprovera il pomposamente detto padre del bambino).

Sono certa di essere sulla buona strada: oggi ho cucinato senza un romanzo in mano e mi sono poi sdraiata a riposare imponendomi di non prendere in mano né un giornale né un telefono. Brava, eh?

La comunicazione ufficiale

– 6a settimana –

Il mio fidanzato rovina ogni sorpresa. Sarà che è un ingegnere. Sarà che ha fatto voto di non stupirsi mai di niente, ma è possibile che già lo sapesse???

Tornato dopo due settimane all’estero (è giovedì), non gli dico niente. Resisto anche venerdì, tutto il giorno. Sudo freddo ma ce la faccio. Sabato sera decidiamo di andare al cinema. Film: Hotel Transilvania 2. Senza fare troppo spoiler: i due protagonisti (Mavis la vampira e Johnny l’umano) hanno un bambino, Dennis, che non si saprà fino all’ultimo se è anche lui un vampiro o no. Quale migliore occasione per dirlo? Appunto, glielo ho detto. Risposta? Lo sapevo già. Ci penso: non ho lasciato in giro nulla di compromettente, la pancia non si vede certo (siamo alla 6° settimana), non vomito. Come fa? Semplice: non mi ha visto fumare! Ecco, lo sapevo che dovevo continuare!

Ohmygod!

 – 4a settimana –

Sono incinta. Me lo aspettavo ma anche no. Avete presente quando qualcosa vi coglie di sorpresa, eppure in qualche modo è la cosa più pacifica del mondo? Questa è la mia sensazione.

La cosa divertente è che ho aspettato che il mio fidanzato (detto d’ora in poi pomposamente il padre del bambino) partisse per due settimane di lavoro all’estero. Giusto per ribadire la mia indipendenza (l’incintamento è mio e faccio da sola). In realtà (actually rende bene l’idea), conoscendolo sapevo che avrebbe preso la notizia con tutta la calma e la naturalezza del mondo (non me l’aveva forse detto fin da subito o quasi che voleva dei figli?) e invece io sapevo avrei di gran lunga preferito una scena commuovente-romantica modellata sui miei sogni di adolescente cresciuta-ma-non-abbastanza (almeno da questo punto di vista). Quindi ho preferito fare da me. E anche tenermi il segreto per tutte e due le settimane. Tiè!