Allattamento in pubblico. Oppure no?

– 34a settimana –

È notizia di questi giorni, in Italia, che una mamma sarebbe stata cacciata malamente da un locale vicino a Sanremo per aver allattato in pubblico. La mamma ha poi organizzato un allattamento collettivo non per protestare, ha affermato, ma per far parlare del problema. I gestori del locale si sono difesi dicendo che la donna non avrebbe allattato, ma avrebbe usato un loro tavolino come fasciatoio per il bambino, cambiandogli il pannolino in mezzo agli altri clienti senza preoccuparsi che la cosa suscitasse un po’ di schifo (aggiungo, schifo comprensibile). Ora, come sempre quando ci sono due versioni contrastanti e tu non eri lì a verificare con i tuoi occhi non puoi essere sicuro al 100% di cosa sia successo. In ogni caso, diamo per buona la versione della mamma e chiediamoci: ma va bene allattare in pubblico? È una forma di esibizionismo? Una necessità? Un diritto? Una cosa naturale?

Ecco, io la risposta ultima e definitiva non ce l’ho. Mi sembra facile comprendere come allattare in pubblico senza nascondersi sia di grande utilità per le mamme, che così hanno la libertà di uscire, stare fuori tutto il tempo che vogliono e non preoccuparsi di dove e come nutrire il bambino. Bambino che quando ha fame va nutrito, senza se e senza ma, secondo le indicazioni più recenti delle midwifes qui in Gran Bretagna.

Una tetta fatta a magli per sostenere l'allattamento al seno.

La finta tetta usata per dimostrare la totale inettitudine dei partner nell’allattamento durante il corso preparto qui in UK. Picture by Ashley Barrett – Creative Common Licence.

Capisco anche chi non ha piacere di vedere una donna che allatta. Lo so che molte mamme diranno: allattare non è indecente, nessuno deve sentirsi schifato, se proprio non gli piace la vista giri pure lo sguardo da un’altra parte!! Io invece, ammetto, che non ho mai trovato la visione di una donna che allatta la più bella del mondo (come qualche mamma, che forse è un po’ troppo fanatica su questo tema, pensa). Mi ha sempre messo un po’ in imbarazzo vedere il seno nudo di un’altra donna, vederlo impegnato in un atto che non ha un significato sessuale, ma completamente diverso. Ecco, credo che il mio atteggiamento sia dovuto al fatto che per me il seno è uno strumento di seduzione e piacere, per cui mi lascia perplessa vederlo in una situazione completamente diversa (il nutrimento, appunto). Che sia chiaro: credo che poter allattare in pubblico sia una grande libertà e non vada impedita perché se è vero che la mia libertà finisce quando inizia quella degli altri, si tratta di qualcosa di così innocuo e la cui condanna è legata a qualcosa di così relativo e mutevole come il senso della decenza (o il più bieco moralismo, per qualcuno) che non ha alcun senso vederlo come uno scontro tra due diritti (il mio di allattare e il tuo di esserne offeso in nome della decenza).

Da quando mi sono trasferita in Gran Bretagna ho sempre avuto l’impressione che l’allattamento in pubblico non fosse molto ben visto: non mi è quasi mai capitato di vederlo fare. Ho quindi pensato che il senso di decenza e privacy tipici della cultura britannica fossero così elevati da indurre le mamme ad autocensurarsi e a preferire il biberon quando sono in pubblico. Ho poi scoperto che qui esiste una legge che tutela il breastfeeding. Si tratta dell’Equality Act del 2010: una singola legge che raccoglie tutte le norme anti-discriminazione. Sul breastfeeding si dice (e traduco):

L’Equality Act del 2010 ha chiarito in modo specifico che un locale pubblico si pone contro la legge se discrimina una donna perché sta allattando un bambino.

E ancora:

Se una donna sostiene di essere stata discriminata perché stava allattando, il locale pubblico deve provare che in quella situazione non c’era stata discriminazione.

In Italia invece non esiste nessun a legge che si occupi di questo tema, forse a conferma di come il problema (al di là del caso specifico di Sanremo e di qualche altro, che però è sporadico) non sia sentito, mentre lo è di più qui in Gran Bretagna, per l’atteggiamento e la cultura di cui parlavo prima. In ogni caso mi sembra una legge giusta, che va nella direzione di evitare ogni discriminazione (cosa a cui tengono molto da queste parti). Allo stesso tempo il sito del Servizio Sanitario da qualche consiglio su come organizzarsi al meglio per l’allattamento in pubblico e qui cita anche delle ricerche (purtroppo non dice quali) secondo cui la maggior parte delle persone non prova fastidio se le donne allattano in pubblico. E aggiunge: più lo si fa e più sembrerà normale, a conferma di come l’atteggiamento qui stia cambiando.

Rimangono ancora bassi, però i tassi di allattamento al seno in UK: l’anno scorso meno della metà delle mamme allattava ancora dopo le prime 6-8 settimane. Un sondaggio fatto dalla charity Start4Life mostra che un terzo delle mamme è imbarazzata e non allatta in pubblico, mentre il 60% di quelle che lo fa sceglie comunque posti in cui nascondersi. I due dati sono ovviamente collegati e, nonostante sia ripetuto come un mantra che “breast is best” (l’ho scoperto al corso preparto), non siamo ancora arrivate alla totale confidenza sul tema.

Personalmente non so cosa farò. So che odio ogni forma di fanatismo, sia pro che contro l’allattamento in pubblico. Ma anche in merito all’allattamento al seno in sè e per sè. Che sia meglio per la salute e il sistema immunitario del bambino è noto, che favorisca il ritorno allo stato pre-gravidanza del corpo della mamma e nello stesso tempo diminuisca le probabilità di sviluppare certi tipi di tumore anche, così come i suoi vantaggi dato che è gratis, sempre disponibile e facile da utilizzare.

Quindi? Deciderò sul momento (come sempre e alla faccia di ogni pianificazione).

Riflessioni sulla calma

– 7a settimana –

Riflettevo: dovrei forse prendermela con più calma?

La gravidanza ti impone, soprattutto se incominci a lavorare molto presto la mattina ma grazie alla presenza ancora impercettibile dell’inquilino ti senti uno straccio dopo soltanto due ore, di riconsiderare non solo cosa fai ma anche come lo fai. Da piccola ero bugia-nen, come si dice a Torino, da adolescente abbastanza pigra, da giovane adulta ho passato il tempo a studiare (soprattutto), per cui non vivevo certo nella frenesia. E poi, verso i 30 anni, tutto è cambiato: giornate al cardiopalma, corse a destra e a manca, l’abitudine di fare tre, quattro cose insieme. Adesso che lavoro molte meno ore, sono vicina a casa, non ho più un carico di stress e di impegni eccessivo come quando ero in Italia, però, non riesco a rilassarmi. Continuo a lavarmi i denti mentre stendo i panni, a dormire mentre controllo le notizie dal mondo, a bagnare le piante mentre leggo un libro.

Ecco: la gravidanza è l’occasione per impormi la calma, per fare una cosa per volta, per dimenticare il multitasking, che altro non è se non un fai-troppe-cose-e-spesso-tutte-male (come spesso mi rimprovera il pomposamente detto padre del bambino).

Sono certa di essere sulla buona strada: oggi ho cucinato senza un romanzo in mano e mi sono poi sdraiata a riposare imponendomi di non prendere in mano né un giornale né un telefono. Brava, eh?